Chayote, ovvero la “zucca spinosa”

A più di una decina di anni di distanza dalle mie prime (e ultime) esperienze, recentemente mi sono riconciliato con il chayote: grazie al lavoro di approfondimento che devo fare per la trasmissione JallaJalla per Radio Popolare e, in questo caso, grazie a Delma che mi ha raccontato con entusiasmo come cucinare questo ortaggio.

Fino a prima il mio ricordo era la cena nella comunità zapatista, dove a volte c’era solo il chayote lesso (se non si considerano gli onnipresente fagioli lessi e le tortillas secche). Era una grossa “pera”, dalla buccia spinosa, dal sapore piatto e dolciastro. Insomma, giusto perché avevo fame ed era giusto condividere quello che c’era e comunque non c’erano alternative.

Invece ora ammetto che, sebbene non abbia intenzione di riprovarlo lesso, il chayote entrerà di diritto come una delle verdure normali del menage alimentare familiare. L’ho trovato in un supermercato gestito da cinesi a un prezzo veramente basso, 1 euro al chilo, anche se è originario dell’America centro meridionale dove viene consumato regolarmente (in Brasile viene chiamato chuchu), e diffuso in mezzo mondo e soprattutto in Africa. In base ai testi pare sia presente anche in Italia meridionale dove si dovrebbe acclimatare bene: qui è conosciuto come zucca centenaria o zucca spinosa (melanzana spinosa nel Salento); in Francia si chiama christophine e in Portogallo pipinella

L’apparenza dunque è quella di una grossa pera, con una buccia che a volte può essere spinosa (dipende dalla varietà), un grosso seme all’interno e una polpa croccante come quella della patata: in realtà appartiene alla famiglia delle delle Cucurbitacee e si tratta perciò di una parente di zucchine e zucca.

Solitamente si mangia cotto (in padella, a vapore, nelle zuppe), ma anche in insalata (lessato) con lime, pare si mangino anche i fiori (come fiori di zucca) e le radici (come le patate) – ma ovviamente in Italia non si trovano.

Io mi sono limitato a farla a pezzetti e cuocerla con un soffritto di cipolla come suggerisce Delma (che lo consiglio anche con la salsiccia): dopo una mezz’oretta la polpa rimane croccante e con un gusto zuccherino, buona, ma la prossima volta provo con la salsiccia o comunque come accompagnamento con qualcosa di saporito. Magari ci faccio un risotto.

Non sono riuscito ancora a ottenere le registrazioni di JallaJalla, ma nel frattempo la puntata dedicata al chayote si può ascoltare sul blog 

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Eathnic magazine – un’aspettativa delusa

Dopo le prime pagine all’entusiasmo è subentrata un po’ di diffidenza, o meglio una diversa considerazione.

Quando ho visto nel mio negozio preferito di cibi internazionali la pigna di copie di eAthnic – il periodico italiano del cibo etnico sono corso a prenderne una copia: bella carta patinata, con belle fotografie e articoli che trattano di cucine e ingredienti spesso poco frequenti in Italia: la noce di cocco, i noodles, la cucina thai… E poi molte immagini e descrizioni di prodotti che, guarda caso, avevo proprio nel cestello in quel momento mentre facevo la fila alla cassa: il riso basmati della stessa marca, il barattolo uguale a quello a casa, la medesima lattina di latte di cocco…

Un esame più attento mi ha portato a scoprire che gli articoli non sono firmati, i testi sono redazionali al confine con la pubblicità, non è specificato nessun dato editoriale: direttore, redazione, indirizzo, etc.

Nessun inganno in realtà, o quasi: non si tratta di una rivista bensì di un periodico a cura di Uniontrade Srl, “una moderna azienda di import export specializzata nel settore dell’alimentazione multi-etnica”. In pratica non è altro che un astuto catalogo dei prodotti importati da questa azienda, infiocchettato con articoli redazionali legati agli stessi e poco più. Ovviamente i prodotti segnalati vengono inquadrati nella cucina di riferimento, senza alcun azzardo di meticciamento.

Lo si può avere gratis se la ritiri direttamente nei negozi, ma te lo puoi anche far spedire: in questo caso è necessaria una registrazione che ti chiede come “obbligatorio” il consenso all’uso dei dati. Io non l’ho dato, e temo che non me la spediranno…

http://www.eathnicmagazine.it/

 

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Kebab a colazione

Ovvero l’astuto espediente del sindaco di Vaiano Cremasco per fregare il kebab

È una notizia vecchiotta in realtà, che avevo trovato sul web ma non era molto diffusa. In attesa di recuperare l’articolo originale su “La Provincia” di Cremona dell’8 dicembre 2011 (grazie Marina!) sono passate le vacanze, e solo ora trovo il tempo di occuparmene.

Notizia anche minore, ma significativa: a Vaiano Cremasco, paesino di meno di quattromila anime nella pianura vicino a Crema in provincia di Cremona (http://www.comune.vaianocremasco.cr.it), il sindaco della giunta pare anche lui preoccupato dalla richiesta di apertura di un kebab nel centro storico del suo paese.

Ora, questa lotta contro i kebab sta veramente rischiando il patologico mentre sempre più di sicuro sconfina nel ridicolo. Il kebab è a momenti più diffuso della pizza (anzi a volte fa tutte e due), è moderatamente italianizzato (meno piccante, etc.) e soprattutto ormai lo mangiano veramente tutti. Cosa abbia poi, con tutto rispetto, il centro storico di Vaiano Cremasco da difendere da una presenza di questo esercizio veramente sfugge.

Comunque, sentendosi il sindaco più astuto della media e non volendo incorrere nel rischio che qualche zelante burocrate possa vanificare i suoi atti, ha escogitato il metodo infallibile: va bene il negozio di kebab nel centro storico, ma solo se aperto tra le 8.00 e le 10.00 di mattina.

Non so come è andata a finire. Di solito in località come queste quando chiedi un caffè e sei straniero ti chiedono con sospetto se lo vuoi “liscio” (cioè senza correzione alcolica), perciò magari un caffè con sambuca in realtà è il giusto accompagnamento con un bel kebab piccante. E lui pensava solo alla salute dei suoi concittadini.

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MasterChef: che palle!

Spero di non essere tra i pochi, ma io MasterChef, famosissima trasmissione televisiva, proprio non lo sopporto.

A essere sincero guardo pochissimo i programmi di cucina in televisione, giusto per capire cosa sono ma nulla di più. A MasterChef ho dedicato minuti in più per pura curiosità, per conoscere questo fenomeno mediatico. Ero rimasto colpito anche dall’incongrua immagine del manifesto che pubblicizzava la trasmissione: fiamme dell’inferno e cipigli severi.

Senza girare intorno al problema, è che io non sopporto proprio il target di questi programmi dove tutto gira intorno a personaggi costruiti con didascalica tipologia (quasi maschere della commedia dell’arte) e alla regia di una competizione esasperata, fatta di vincitori e vinti. Da quello che ho visto gli ingredienti erano la durezza programmatica dei giudici (quasi ridicoli con la loro durezza integerrima), l’ansia di tutti i personaggi, le storie lagnose da cartolina, le lacrime disperate dei perdenti, l’adrenalina di cartapesta. Molto di più importanti della cucina.

Non mi piace la retorica sulla cucina come gioia e arte, ma neanche questa competizione senza piacere, questo esame continuo, questa mancanza di ironia. Mi sembra un gran calderone dove ogni argomento è buono (cucina, moda,) per creare falsi personaggi “veri” e metterli uno contro l’altro, un format dove la vita è competizione riprodotto in tutto il mondo apparentemente, diverso e sempre uguale a se stesso.

Mi piacerebbe poter dire qualcosa sulle ricette ma ho seguito troppo poco, e comunque sembrava sempre che i giudici fossero i depositari dell’unico modo di cucinare: irritante. E mai mi è venuta voglia di mangiare quello che cucinavano…

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Soia del nonno

Mentre frugavo negli scaffali di un grande magazzino alla ricerca di granaglie varie, mi è caduto l’occhio su questo prodotto. Al di là della qualità del prodotto, che non conosco e peraltro non mi interessa, mi ha colpito perché si tratta di uno spezzatino di soia presentato come “cucina mediterranea”. Non si tratta purtroppo di un ardito esempio di contaminazione culturale, bensì di una piccola astuzia che suggerisce come questo prodotto sia all’interno della tradizione mediterranea: nessun dubbio che la soia (ingrediente orientale) ormai da anni sia entrata nell’uso quotidiano di molte persone che verosimilmente la cucinano “all’italiana”, ma altrettanto sicurezza si può sostenere che la soia non appartiene a questa storia.

E allora perché scriverlo, con il contorno di immagine naif di memoria contadina (falsa)?

Perché “cucina mediterranea” con sottinteso di tradizione antica è una di quelle combinazioni magiche fanno vendere di più certi prodotti, insieme ovviamente alla parola “biologico”, che non manca nel pacchetto anche se, viste le ultime dalla cronaca, quando industriale è tutto da verificare.

 

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Salsa di pesce fermentato (Bagoong)

Credo che tutti i lettori di Salgari abbiano presente quando Sandokan rifiuta il blanciang che gli offre il fido Giro-Batol, piatto che ci schifava da bambini al solo pensiero e che in età adulta ho scoperto essere una salsa di pesce malese. La sua ricerca mi ha portato nei negozi di alimentari alla ricerca di qualcosa di simile e alla fine ne ho comprata una a caso, ovviamente filippina visto la folta comunità a Milano, senza per la verità sapere bene cosa acquistavo.

Si tratta del il Bagoong, una delle tante salse di pesce caratteristiche dei paesi del sud-est asiatico: pesce fermentato al sole per mesi, mischiato ad altri ingredienti, di solito spezie. Questa è una variante fatta con gamberetti piccolissimi e poi aceto, zucchero, aglio, cipolla e olio di mais (e monosodium glutamate). Colore rosso cupo, profumo intenso ma non fastidioso (pensando al pesce fermentato, cioè marcio): probabilmente è meno buono in questa modalità industriale in barattolo rispetto alla produzione artigianale o casalinga (come la maionese per intenderci), ma il suo sapore non si avvicina a nulla a cui siamo abituati.

Niente a che fare con la pasta di acciughe per intenderci (alcuni sostengono che mischiata alla salsa di soia ne imiti il gusto, ma non è vero), mi piace pensare che assomigli al garum, la mitica salsa latina di pesce fermentato, anche se in realtà la letteratura sostiene che è il nuoc mam vietnamita a essere più simile: ma insomma già ci si avvicina.

Come Sandokan mi sono rifiutato di mangiarlo semplicemente così, come fa Giro-Batol, (ma nessuno credo faccia), e ho provato a inserirlo in qualche piatto. Nella cucina del sud-est asiatico è un ingrediente fondamentale, pari al nostro olio di oliva leggo, e si aggiunge a tutti i tipi di pietanze. Indeciso a come usarlo, visto che basta mezzo cucchiaino per incidere nel sapore di qualunque piatto, alla fine il risultato che più mi ha convinto è nella pasta con i broccoli al posto dell’acciuga nel soffritto: il piatto assume una più marcata connotazione di “mare”, un sentore di pesce molto più forte, alla fine niente male.

Non ho ancora osato inserirlo in piatti di carne, come credo sia invece frequente nella cucina anche filippina, ma soprattutto mai farlo odorare al vostro commensale prima di utilizzarlo: non è detto che ne sia entusiasta!

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Lampredotto e pesto alla genovese

Piccola storia non a lieto fine perché, mannaggia, il lampredotto a Firenze, a margine del Convegno, non sono riuscito a mangiarlo. Peccato, perché chiacchierando con un ragazzo che lavora nella struttura che ha ospitato il convegno, un fiorentino di origine siciliana e frequentazioni venete ma di convinto sciovinismo culinario fiorentino, ho cercato di capire dove potevo trovare la rivendita più vicina del lampredotto. Per chi non lo sapesse, il lampredotto è un piatto povero della cucina fiorentina, tutt’oggi molto diffuso in città grazie alla presenza di numerosi chioschi: una trippa lessata accompagnata solitamente dalla salsa verde, piatto quanto mai identitario specie in queste contrade convinte di avere la miglior cucina al mondo.

Ed ecco la mia sorpresa quando mi suggerisce di provarlo con il “pesto genovese”, che ormai i lampredottai hanno introdotto come salsa di accompagnamento: “meglio della salsa verde!”.

Combinazione inaspettata e felice sorpresa che un accostamento così meticcio, seppur nell’ambito della penisola, abbia preso piede in un contesto così orgoglioso delle proprie tradizioni. E non deve essere neanche male…

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Convegno DESIGN CON I SUD DEL MONDO

Università Internazionale dell’Arte – Villa il Ventaglio, Via delle Forbici, 24/26 Firenze

martedì, 29 novembre, ore 11.00

Andrea Perin interviene sul tema “Cucina meticcia”

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La campagna UNICEF “io come tu” e gli spaghetti al pomodoro

Qualche giorno fa il Comitato italiano per l’UNICEF ha promosso la campagna “Io come tu”, volta a proporre la riduzione delle ineguaglianze e il raggiungimento dei più vulnerabili ed esclusi, nello specifico bambini e degli adolescenti di origine straniera:

“La non discriminazione e l’inclusione sociale dei bambini e degli adolescenti di origine straniera richiedono l’adozione di misure legislative adeguate, quali una riforma della legge sull’acquisizione della cittadinanza (legge 91 del 2002) redatta secondo i principi di non discriminazione e superiore interesse del bambino alla base della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ma anche una attitudine sociale positiva nei confronti della popolazione straniera che risiede nel territorio italiano per scongiurare il rischio che a fronte di una parità sul piano legislativo si produca una discriminazione de facto dal punto di vista sociale. Per questo ‘Io come tu’ è una Campagna a favore dell’uguaglianza di tutti i bambini e gli adolescenti che vivono, studiano e crescono in Italia”.

www.unicef.it/iocometu

In una società come la nostra le leggi hanno di sicuro un loro peso, ma sono convinto che ancora più importante è la formazione culturale degli individui. Sono rimasto perciò un po’ sorpreso notando che, tra le immagini inevitabilmente accattivanti e buoniste della campagna, una rappresenta un gruppo di bambini che mangia, o meglio dire è “simpaticamente” impiastricciato di spaghetti al pomodoro.

Se è comprensibile che si possa ritenere utile utilizzare concetti e simboli semplici per trasmettere un messaggio, forse in questo caso è scappata la mano. È indubbio che gli spaghetti al pomodoro siano uno dei pochi e più condivisi elementi (e alimenti) identitari italiani – ancorché diffusi in molte cucine. Accostarli a bambini a cui si vuole riconoscere parità di diritti sembra suggerire che questo è possibile solo quando diventano italiani anche culturalmente.

Probabilmente non era l’intenzione, ma sembra un discorso a favore della integrazione, cioè dell’annullamento delle peculiarità culturali dei migranti che si devono omologare a quelle del paese ospite. Mentre continuo a pensare che sia invece il meticciato, cioè l’incontro e lo scambio senza pregiudizi, quello che può creare una società nuova e migliore.

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“Ricette Scorrette” a Cocktailmania, su Lombardia Channel

Cocktailmania, programma di Lombardia Channel, nella puntata di mercoledì 23 novembre 2011 condotta da Laura Costa avrà come tema le etnie di Milano. Tra gli ospiti Andrea Perin che parlerà di Ricette scorrette.

In diretta dalle 20.45 alle 23.00 sul canale 615 del digitale terrestre.

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