libri: “Extreme cuisine”. Una manuale colonialista

È notizia di qualche giorno fa che in Florida il vincitore di una gara su chi mangiava più scarafaggi e vermi vivi sia morto subito dopo, per cause che l’autopsia dovrà svelare (vd.).

A parte il dramma di un decesso e l’insensatezza di una gara a chi mangia di più, è ovviamente il cibo a costituire la notizia: mangiare vermi e insetti fa un po’ schifo a noi occidentali, soprattutto se vivi!

È una notizia che mi fa riprendere in mano un libretto edito da Lonely Planet acquistato ad Atene quest’estate (in maniera assolutamente casuale): Extreme cuisine. Exotic tastes from around the world, a cura di tale Eddie Lin. In copertina è ritratta una giovane donna orientale mentre mangia con le bacchette rosse (sia anche comunista?) una insettaccio multizampe.

Si tratta di uno scarno librettino dalla grafica banale e da fotografie di qualità scadente, dove sono elencati alimenti o piatti da tutto il mondo che, secondo l’autore, si meritano l’appellativo di nasty, disgustosi: il canguro australiano, il pesce palla giapponese, l’ampalaya africana, la tarantola cambogiana, il costosissimo Luwak indonesiano, ossia i chicchi di caffè digeriti e defecati dallo zibetto (il caffè più costoso al mondo), e via dicendo in un elenco lungo e compiaciuto. Per l’Italia ci sono le creste di gallo e le mammelle di bovino, oltre al formaggio con i vermi indicato come sardo.

Si offre come innocente volumetto didascalico che illustra le abitudini altrui, ma in realtà legge tutto attraverso gli occhi (schifati in maniera compiaciuta) di uno statunitense. Sembra una guida coloniale d’altri tempi, dove si indugia sulle altrui abitudini alimentari derubricandole da rispettabili tradizioni (anche se non necessariamente condivisibili: i gusti sono personali e frutto di cultura) a schifezze da cui stare attenti.

In fin dei conti da sempre il barbaro e lo straniero sono coloro che mangiano cose “immangiabili”, non umane appunto. E anche adesso, visto l’atteggiamento di molti verso i migranti, non è così differente.

 

About Andrea Perin

Architetto museografo, cultore della cucina per passione
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