Eathnic magazine – un’aspettativa delusa

Dopo le prime pagine all’entusiasmo è subentrata un po’ di diffidenza, o meglio una diversa considerazione.

Quando ho visto nel mio negozio preferito di cibi internazionali la pigna di copie di eAthnic – il periodico italiano del cibo etnico sono corso a prenderne una copia: bella carta patinata, con belle fotografie e articoli che trattano di cucine e ingredienti spesso poco frequenti in Italia: la noce di cocco, i noodles, la cucina thai… E poi molte immagini e descrizioni di prodotti che, guarda caso, avevo proprio nel cestello in quel momento mentre facevo la fila alla cassa: il riso basmati della stessa marca, il barattolo uguale a quello a casa, la medesima lattina di latte di cocco…

Un esame più attento mi ha portato a scoprire che gli articoli non sono firmati, i testi sono redazionali al confine con la pubblicità, non è specificato nessun dato editoriale: direttore, redazione, indirizzo, etc.

Nessun inganno in realtà, o quasi: non si tratta di una rivista bensì di un periodico a cura di Uniontrade Srl, “una moderna azienda di import export specializzata nel settore dell’alimentazione multi-etnica”. In pratica non è altro che un astuto catalogo dei prodotti importati da questa azienda, infiocchettato con articoli redazionali legati agli stessi e poco più. Ovviamente i prodotti segnalati vengono inquadrati nella cucina di riferimento, senza alcun azzardo di meticciamento.

Lo si può avere gratis se la ritiri direttamente nei negozi, ma te lo puoi anche far spedire: in questo caso è necessaria una registrazione che ti chiede come “obbligatorio” il consenso all’uso dei dati. Io non l’ho dato, e temo che non me la spediranno…

http://www.eathnicmagazine.it/

 

About Andrea Perin

Architetto museografo, cultore della cucina per passione
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1 Response to Eathnic magazine – un’aspettativa delusa

  1. mangiamangia says:

    “etnico” è un aggettivo che non mi piace proprio…
    Senza tirare in ballo Amselle e compari [1] per sostenere che l'”etnia” è un concetto inventato dalle amministrazioni coloniali per dividere et imperare, questo aggettivo e il relativo immaginario mi sembrano sempre dei coltelli che apportano tagli netti tra le persone, le classificano, le inseriscono in caselle e ne impediscono i contatti.
    Poi come il cibo sia anch’esso “etnico”, questo non l’ho mai capito. Sovente sono gli stessi ingredienti ad essere solo organizzati differentemente (si pensi alla cucina magrebina e quella del sud italia): non è quindi il mangiare a possedere intrinsecamente e ontologicamente dei caratteri etnici, ma i significati che vengono affibiati e le interpretazioni che ne vengono date. Poi, anche una stessa preparazione può essere o non essere “etnica” a seconda del contesto: per esempio, in francia, la cucina italiana fa parte del cibo etnico, eppure qui da noi nessuno fantastica sull’esocità di una pizza…senza contare l’ultrafittizia dicotomia tra etnico e tradizionale: da una parte ciò che si crede che i nostri antenati abbiano sempre mangiato da secoli immemori (ma lo sanno i leghisti che la polenta -la cui storia, tra l’altro mostra la stupidità umana [2]- saranno al massimo trecento anni che la si mangia?) e che in quanto tale si riveste di un’aura autorevole che ne impedisce ogni rivisitazione; dall’altra ciò che appare bizzarro e cattivo (basterebbe assaggiare un piatto di spaghetti oltralpe per farsi venire diversi dubbi sulla bontà di quei preparati industriali etichettati come “cucina nel mondo” nei reparti dei supermercati), da confinare solo ed esclusivamente sulle tavole degli arditi sperimentatori.
    La smetto qui, però se vuoi continuare a leggere riflessioni astiose sul cibo (e pure qualche ricetta, anche se non è nulla di che) puoi passare su http://eattherich.noblogs.org

    [1] http://www.meltemieditore.it/Scheda_libro.asp?codice=X046 (ce n’è anche un estratto da leggere)
    [2] forse ci sono andat@ un po’ forte con questa affermazione, ma alla fin fine non è poi così fuoriluogo. Quando gli europei scoprirono il mais in america, piuttosto che interagire con quelli che consideravano esseri senz’anima (ma che sapevano mangiare il mais), se lo portarono in europa e lo utilizzarono secondo le loro abitudini: ogni cosa che assomiglia a un cereale la riduciamo in farina. Così, il mais divenne polenta. Quello che però non presero in considerazione è che il procedimento di fabbricazione e cottura della polenta, contrariamente al mais consumato alla moda indigena, risultava distruggere le vitamine PP e B1.
    Quindi, seppur gli indiani, che basavano la propria dieta principalmente sul mais, non avessero mai avuto troppi problemi alimentari, il mais coltivato largamente e abbondantemente mangiato come polenta nel nord italia, diede vita ad una vera e propria epidemia di pellagra, malattia dovuta a delle carenze alimentari (tra cui, proprio quella famosa vitamina PP!).

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